André Almeida e Sousa

Il Piccolo Demiurgo

Ho scoperto Al Berto nella Lisbona degli anni Novanta.

Eravamo un piccolo gruppo, pieni di ambizione e nostalgia, che festeggiava alla fine di ogni notte, Álvaro de Campos o Cobain; Al-Mu’tamid o gli aforismi di Novalis; a Herberto Helder aggiungevamo Baudelaire o il conte di Lautrémont.

Deambulavamo per la città fino all’arrivo della notte e fino ad arrivare al dismesso porticciolo del Cais do Sodré o al belvedere di Santa Catarina. Visto dall’alto, o dalla riva, il fiume testimoniava sempre il vomito che ci saliva all’anima, o che importunava lo stomaco. Ci accompagnavano alcuni passeggiatori notturni di canidi, funamboli senza corda, ubriachi introspettivi e spettri, come Al Berto.

Le parole di Al Berto esibivano coraggiosamente quei bagliori lividi che a volte scintillano per chi guarda il fiume senza vederlo.

Con O Medo (La paura) di Al Berto scavavamo il profilo della città sull’altra riva, presentendo, nei silenzi che precedono la risacca della nottata, un paese diurno estraneo e che scompariva.

Non eravamo degli anni Ottanta, il Bairro Alto e la sua stanca metafora dell’eccitazione post Aprile ci dicevano poco, l’amicizia da entrata al Frágil o ai Três Pastorinhos nascondeva un certo snobismo a tempo, immaginavamo il poeta in altri antri, seguivamo le parole della barca invocata: “scrivo barca e una chiglia fende il vastissimo mare”, sapevamo della sua trascendenza leggendolo ad alta voce, al fiume!

Ammiravamo l’indiscreto trascorrere del tempo senza abbellimenti gratuiti, il passare del tempo che ci fa essere altri e che ancora presentivamo soltanto in una malinconia un po’ frettolosa. Il ribrezzo notturno senza esaltazione, senza l’usura cinica dell’anima poetica, in cui abitava tanto una luna riflessa sopra un mare, che era tutta l’innocenza, quanto una scarica velenosa di chi non si arrende, per qualsiasi cazzata.

Cerco ora di omaggiare l’uomo e i suoi specchi, implacabile nell’autocaricatura, che ha scritto, coraggiosamente, un mondo dentro ad una vita breve, senza falsi abbellimenti. Per questo torno al mio esemplare di O Medo, della Assírio e Alvim, del 1997.

Il piccolo demiurgo

scrivo barca e una chiglia fende il vastissimo mare
e gli alberi crescono dagli spazi annebbiati
tra sguardo e sguardo si muovono
animali costretti a terra dai loro piumaggi di ferro
e di rugiada d’oro quando la luna si eclissa
comunicando loro l’estro e la nomade allegria di vivere

penso autunno o inverno
e il fuoco resinoso delle pinete scorre sopra il viso
sopra il corpo in timidi gesti
ecco il tempo
del capricorno ridotto al nascondiglio tatuato
sull’ala minerale dell’uccello in pieno volo e dico nuvole
lampo erba acque
uomo
movimento dello spavento oceani sale esausti corpi
transumanti passioni dico
e sorge irrompe si erge si muove vive
muore

ma non crediate che sia lavoro semplice nominare
riordinare e disordinare il mondo
perché non si spenga questa tremula scrittura
ho bisogno del sogno e dell’incubo
della prossimità vertiginosa degli specchi e
di pernottare al fondo di me con le mani sporche
per l’arduo lavoro di costruire i gesti esatti
dell’allegria che per distrazione dio abbandonò alla stanchezza
alla fine del settimo giorno